Nuova sensibilità al tema dell’Innovazione con la creazione di un ministero “ad hoc”

Si torna a parlare di sviluppo tecnologico

Buone le premesse per colmare il gap che l’Italia ha accumulato nei confronti degli altri paesi, meglio se accompagnate da un approccio condiviso, super partes e a lungo termine.

«Digitalizzazione, robotizzazione, innovazione e intelligenza artificiale» sono i termini su cui ha posto particolare accento il nostro Premier, Giuseppe Conte, nel discorso programmatico per il suo secondo mandato governativo. Presentando l’esecutivo del nuovo governo, Conte ha poi enfatizzato l’importanza del nascente Ministero per l’Innovazione Tecnologica e la Digitalizzazione, attribuendogli un ruolo strategico per lo sviluppo economico del nostro paese.

Al di là di tutti gli eventi che hanno riempito le pagine dei quotidiani in agosto e della differente compagine oggi al Governo, ritengo che queste dichiarazioni rappresentino un segnale positivo e manifestino una forte volontà di riguadagnare il tempo perduto e colmare il gap che oggi ci divide da altri paesi europei.

Una richiesta avanzata anche dagli Imprenditori, di cui una significativa rappresentanza si è ritrovata nei giorni scorsi a Villa d’Este di Cernobbio per il consueto appuntamento annuale.

In tale occasione è stato presentato il Global Attractiveness Index, il report che viene redatto ogni anno da The European House Ambrosetti e che rappresenta un termometro del livello di attrattività di un paese. Secondo questa fotografia, il nostro paese, pur godendo di un potenziale di attrazione medio-alto, staziona da un paio di anni al 16° posto dei 144 previsti dalla classifica, principalmente a causa del ritardo digitale accumulato nei confronti dei paesi competitor.

Anche l’indice DESI (Digital Economy & Society Index) 2019 della Commissione Europea presenta risultati poco confortanti, con l’Italia tristemente posizionata al 24° posto fra i 28 paesi dell’Unione, nonostante, come sottolinea l’ex Ministro Lucio Stanca (Ministro Dell’Innovazione dal 2001 al 2006)  in una lettera aperta al quotidiano “Il Giornale”, che già nel 2001 fosse stato creato e a lui fosse stata assegnata la responsabilità di un Ministero per l'Innovazione e le Tecnologie e che poi, per vicissitudini politiche, si è visto scemare l’interesse verso lo sviluppo tecnologico e buona parte dei progetti previsti/avviati.

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Ciò mi porta a riflettere su un problema ricorrente ed estremamente penalizzante per il nostro paese, quello della non continuità progettuale e dell’assenza di una strategia comune e a lungo termine.
Un’ annosa questione che affonda le radici in un modo di pensare che è andato consolidandosi nel tempo e che, a beneficio di tutti, andrebbe corretto, o per lo meno non applicato a iniziative che hanno un impatto diretto sullo sviluppo socio-economico del paese e sul suo posizionamento nei mercati globali.
E’ consuetudine abbastanza diffusa quella di mettere in discussione o far decadere iniziative pianificate in precedenza, spesso in ragione esclusivamente di una differente ideologia politica e senza che ne vengano attentamente ponderati l’impatto e gli effetti collaterali di tali decisioni.

Personalmente mi auguro che l’enfasi data dal Premier allo sviluppo tecnologico e alla digitalizzazione e i riferimenti al Piano Impresa 4.0 portino temi di capitale importanza, come il “digital divide” e l’evoluzione digitale, ad assurgere a una sfera superiore a quella delle alleanze di Governo, e che permetta loro di essere al centro di un piano a lungo termine nel quale convergano un impegno collettivo e super partes. Solo un progetto condiviso e caratterizzato da continuità darà al nostro paese la forza di uscire da una posizione di stagnazione e di scalare gli indici, traducendo il miglior posizionamento in un vettore di business e di stimoli all’innovazione continua.

Che la digitalizzazione sia oggi una condicio sine qua non per competere è un dato ormai acquisito a livello industriale e trova conferma nelle aziende più evolute che, raccogliendo la sfida della trasformazione digitale, hanno già intrapreso un loro percorso di innovazione e stanno andando verso il modello Connected Enterprise.

Tale sforzo, se correttamente supportato da piani comuni e strutturati e da una “Governance” mai più soggetta ad intermittenze dettate da “confini ideologici”, potrebbe, in parte, fungere da catalizzatore di un processo evolutivo a catena e contribuire a dare la forza necessaria ad agevolare lo sviluppo esteso di imprese e persone. In caso contrario il rischio è quello di rendere lo sviluppo digitale un beneficio a disposizione solo di quei pochi che dispongono dei mezzi e della maturità per poter innovare e competere a livello globale, andando a discapito di quel substrato di piccole imprese che, pur essendo detentrici di un’eccellenza riconosciuta a livello mondiale, rischiano di rimanere schiacciate sotto il peso di una mancata capacità di adeguarsi alle nuove tecnologie.

Fabrizio Scovenna
Pubblicato 7 Ottobre 2019 Da Fabrizio Scovenna, Country Director – Italian Region, Rockwell Automation
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